17 settembre 2019

Il sonno della ragione: a volte basta poco

Il risveglio del mattino dà alla testa e allo stomaco. Accendi la televisione o apri il giornale e la giornata inizia con un rosario di disgrazie e subito ci sentiamo prigionieri di una cronaca da incubo.

Un padre uccide le due figliolette di sette e nove anni poi si suicida, una madre uccide la neonata di due mesi, un bidello e una insegnante uccidono due alunne di dieci anni e via di seguito in un crescendo di orrore per non parlare di treni che deragliano, aerei che precipitano o fiumi che tracimano seminando morte e distruzione.

Chiudiamo il giornale e spegniamo la televisione.

Iniziamo un’altra giornata: la vita continua come prima.

Ma a noi viene la voglia di chiudere gli occhi, di staccare la spina, mollare tutto e andare ai confini del mondo, lontano dalla stupidità umana (anche se, come diceva Bacchelli, gli stupidi impressionano non fosse altro che per il numero) e lontano dalla malvagità (ma dove, se come scriveva Giovenale, dei Catilina ne possiamo vedere in ogni popolo e sotto ogni cielo). Così ci viene addosso una pungente amarezza, una profonda delusione e un cupo turbamento: è dunque la convivenza tra gli uomini e la stessa civiltà umana destinata alla decadenza e irrimediabilmente perduta?

Sembra quasi che il “sonno della ragione” si stia diffondendo come una nube tossica che aleggi sulle nostre teste intossicando un po’ per volta tutta l’umanità.

Certo si potrebbe turarsi il naso, chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie e far finta di niente, ma ciò non elimina quel senso di impotenza che ci prende di fronte a ciò che accade e continua ad accadere. Perchè se la ragione forme, la follia invece è ben vigile.

La vera sciagura sarebbe, tuttavia, restare indifferenti ed attraversare il quotidiano con fastidio e cinismo perchè turba la nostra placida opulenza, le nostre giornate trascorse – e sono giornate di tanti – da un bar all’altro, tra un bicchiere di bianco e un caffè macchiato.

Questo è il tempo, la società che siamo chiamati a vivere: in questo tempo dobbiamo coltivare l’esile pianta della speranza che qualcosa possa cambiare in meglio non solo per noi ma per le generazioni future.

Ha scritto G.B. Show: “L’umanità sarebbe da tempo felice se l’impegno che gli uomini sprecano per rimediare alle proprie sciocchezze lo impiegassero per non commetterle”

Un professore di sociologia di Baltimora mandà i suoi studenti nei quartieri malfamati per studiare 200 casi di ragazzini del posto. Per ognuno di loro gli studenti scrissero: “Nessuna probabilità di riuscita nella vita”. Venticinque anni dopo un altro sociologo completò lo studio andando a rintracciare i ragazzini per vedere cosa fosse loro successo. Con l’eccezione di 20 che erano morti o si erano trasferiti, dei 180 rimasti ben 176 occupavano posizioni di successo. Il professore scioccato chiese a che cosa dovessero il loro successo ed ognuno rispose con commozione: “E’ stata un’insegnante”.

Un insegnante era ancora in vita e il sociologo chiese a questa ancora arzilla signora che formula magica avesse usato per portare i ragazzi dal ghetto ad una carriera di successo. Con una lacrima negli occhi ed un sorriso gentile rispose: “E’ molto semplice, ho voluto bene a questi ragazzi”.

L’insegnante ha voluto bene e basta. Potremmo dire è stato sufficiente! E dovremmo riflettere noi che siamo prigionieri di una vita di scopi. Noi amiamo per, preghiamo per, facciamo il nostro dovere per, compiamo opere buone per … Ma motivare l’amore non è amare, avere una ragione per donare non è dono puro, adempiere il proprio dovere è solamente obbligo morale, avere una motivazione per pregare non è preghiera perfetta. E’ solo la gratuità che può riempire la nostra vita di senso, ma soprattutto la vita degli altri.

Lo so che è banale ma talvolta basta poco, anche un sorriso, un po’ di attenzione: basta voler bene per salvare o per cambiare il corso di una vita, forse per cercare di cambiare questo mondo da incubo.

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